Diario PPSD_CoVid91


//VERSIONE ORIGINALE IN ITALIANO//
di Eleonora Cangemi




10 gennaio 2022

  Bene, proviamo a cominciare. Madonna che ansia, mi pare proprio una roba grossa questa. A me mi inibiscono le cose grosse. Le cose ufficiali, le robe importanti. Ma poi che c’entro io proprio non si capisce. Dice che c’ho i sintomi, dice che mi hanno osservato – un team mi ha osservato, mica cazzi! – e che sono stato selezionato. IO. Costantino Vidosi, classe 91. Il paziente zero. Minchia che onore a pensarci! Paziente Zero. Paziente zero è una gran figata in effetti! Qua si finisce in tv, si entra nella storia.
  Come quel tipo là, Mattia.
  Aspè, piano, stiamo andando fuori tema... Però è lui che mi ha detto di andare a ruota libera e di scrivere tutto quello che mi passa per la testa. Senza filtri, non si preoccupi! Non si inibisca, non stia troppo a riflettere. Vogliamo l’istinto, lo sfogo appassionato e spontaneo. Liberatorio. Va bene. Senza filtri. Pensi a quel tizio con la felpa che vomita sui social, mica sta lì a rifletterci. Vomito libero. Free vomit for a better world. Free vomit to run faster... “Per correre più veloci domani”... Aspè, com’è che aveva detto quella sera in tv? Vabè, andiamo avanti, e “comu finisce si cunta”. Chi se ne frega? Poi me lo ha detto pure il dottore, autorizzazioneufficialesupercertificata.
  Ok, ci sono veramente: udite udite, parla il Paziente Zero! Descriva come si sente, cosa pensa, cosa sogna – soprattutto cosa sogna! –, cosa le provoca rabbia, fastidio, ilarità, noia. Nero su bianco e senza filtri, e senza filtri per davvero, mica come quegli hashtag su tramonti taroccati o su guance che sembrano culetti di bambino. Ok, ma stay focused e non ci perdiamo.
  Dice che c’ho sta cosa, sto disturbo, che dice che si è sviluppato significativamente e che c’ha come nome una sigla di quelle lì impossibili da ricordare. Sempre avuti problemi con le sigle e con le password!

  Com’è che era... PEC, PET, PAM? Bah, dice che ce l’ho significativa sta sindrome e io manco mi ricordo come si chiama. Bravo sto paziente zero, mi ha scelto bene sto grande team. PPSD, così si chiama! P.P.S.D. C’ho il PPSD, dice. A me sti acronimi mi hanno sempre creato confusione, altro che semplificare. Oltretutto questo è pure cacofonico, vorrei dire. Comunque, ho sta cosa insomma e sono stato scelto.
  Però non sono mica l’unico, eh! Il dottore me lo ha detto chiaro e tondo e me lo ha ribadito più volte.    Sarà che mi voleva tranquillizzare, sarà che mi avrà visto sbiancare dopo la diagnosi: io in effetti mi sentivo come quella volta in cui ho ripreso la metro in mezzo a tutta quella gente sudata e di fretta con quelle mani tutte appiccicose che toccavano e appiccicavano tutto... E pensare che prima mi pareva una roba normale prendere la metro e ora è finita che me li sogno pure la notte sti cuniculi bui in cui si muovono topi sudati e appiccicosi e che quelle volte che l’ho ripresa ci stavo quasi restando secco. Devo aver avuto una reazione simile al panico da metro, sicuro, sarò stato vero bianco bianco.    Un colpo m’è venuto in effetti: lei ha il PPSD. Oh, qua siamo un po’ stressatelli, non mi pare che ci voglia tanto a capirlo e poi lei dice pure che è un dottore, dovrebbe saperlo! Insomma, io a quanto pare sono il paziente zero che sarà utile alla scienza per rintracciare le caratteristiche di sta malattia di cui soffrono tanti altri sfigati. Cioè, non è che si muore di PPSD! Ce n’è di gente più sfigata, ne sono morti un sacco. Lo so io come mi sentivo all’appuntamento delle sei del pomeriggio. Non siamo così sfigati, no, però siamo comunque malati.
  Il dottore dice che non se lo aspettavano mica che, dopo aver combattuto la battaglia del secolo, sarebbero stati sbattuti di nuovo malamente in trincea perché qualcuno era troppo preoccupato da questo Post Pandemic Stress Disorder, da questo PPSD che non si capisce bene come funziona e che sta riparalizzando tutto bis e da capo. Ma il dottore dice che ci stanno lavorando, che se lo stanno studiando – anche grazie a me, prego! – che i farmaci fanno miracoli, che basta trovare la proteina giusta che ci aggiusterà tutti ben bene. Mah, a me non pare tanto convinto manco lui, però alla fine gli credo. Alla fine è un medico e fa parte di quello stretto cerchio magico della competenza che molti di quelli che blaterano che uno vale uno o che risolvono tutto con una preghiera al cuore immacolato di    Maria non sanno manco dove sta di casa.
  Che poi la cosa che mi ha detto che è vero strana di sto PPSD, che loro proprio per niente se l’aspettavano dopo il gran macello della pandemia globale e del mondo chiuso a casa, è stato il fatto che molti di noi alla fine non c’avevano granché voglia di tornarci lì fuori.
  Bah, a dire la verità io non è che ci veda tutta sta grande stranezza. A me stare a casa alla fine non era dispiaciuto troppo... cioè, almeno non più di quanto mi dispiacciono tante schifezze del mondo là fuori.
  Comunque, a quanto pare sto fatto qua non va bene. Il dottore dice che per certuni siamo più pericolosi di una nuova epidemia di virus super mutanti e che stiamo “attentando ai capisaldi della nostra moderna società democratica”.
  Ma che so! A me mi pare un pelino esagerato e mi pare pure un po’ strong da parte loro la scelta del verbo attentare che fino a ora abbinavano solo ed esclusivamente come pendant ai tizi dell’ISIS. Dice che siamo pericolosi. Dai. Io parlo per me, mi pare chiaro, però mi pare che siamo gente ok, gente tranquilla. Anzi magari troppo tranquilla. Anzi, magari senza magari. Gente troppo tranquilla.
  ALT! Questo è un altro chiaro e inequivocabile sintomo di PPSD, l’ha detto il dottore! Poche parole, pochissime, manco ognuna la pagassimo quanto un flacone d’Amuchina linea marzo 2020! Il dottore però ha detto che lui lo sapeva benissimo che io sono uno di quelli troppo tranquilli: mi ha convocato senza nessunissima speranza di ricavare da me la ricetta magica della proteina supermegapower. Il lettino strizzacervelli a voi non piace, ha detto, lo abbiamo capito, mi ha detto. Dice che non ha più la formula magica per aprirmi il cervello e che con me farà un esperimento... Mi ha detto “Sarò il suo dottor S.” e se la rideva tutto ammiccante. A me onestamente sta cosa mi è parsa strana vero, non l’ho capita. Vabè.

  La nostra è una terapia della parola che crede da secoli nella potenza decostruttiva e ricostruttiva della narrazione, ha detto. “Parole parole parole, ci servono solo parole”, si è messo pure a canticchiare. E continuava: ma voi, forgiati dall’isolamento targato Coronavirus, non ne avete di materia prima! Dov’è, dov’è l’ossigeno dello psicanalista? Dove? Dove?
  Gridava quasi, e mi è parsa una sceneggiata tragica da cui traboccava un pathos che manco certi conduttori fomentati alle prese col santo rosario in tv. Io gli ho detto che magari magari era meglio che ci si stendeva lui sul lettino magico. Non ha apprezzato.
  Invece ha continuato il suo sproloquio: prima era tutto un talking talking, a ruota libera, ha detto. C’era una volta e via, si vomitava tutto. Poi lavanda gastrica, quindi ci si rimangiava tutto, come i gatti, et voilà, i pezzi delle vite dei pazienti erano psicanaliticamente messi al loro posto.
Però a quanto pare con quelli come noi sta cosa non funziona per mancanza di materia prima. Maria, era tutto rosso, mi faceva pena. Però non mi sono avvicinato: la salute prima di tutto! Poi finalmente si è calmato e mi ha lasciato sto compitino per salvare il mondo da casa – operazione in cui me la cavo piuttosto bene modestamente – e per salvare, insieme al mondo, questi benedetti capisaldi della nostra moderna società democratica: mi ha assegnato questa specie di diario da scrivere dove rovesciare SENZA FILTRI il dicibile e il non dicibile. MINCHIA. Aspè, magari qualche filtro però sarebbe buona creanza metterlo...

  Comunque, questa cosa del diario alla fine non mi dispiace per niente: mi ricorda quandoero piccolo e mia mamma mi aveva convinto a raccontare tutti i miei segreti al mio diario segreto Luke che aveva anche un bellissimo e apparentemente inviolabilissimo lucchetto. E fin quando non ho scoperto che mia mamma voleva semplicemente farsi tutti i fatti miei, io ci scrivevo veramente tutti tutti i fatti miei, e mi piaceva un botto e tutte le sere mi mettevo lì a scrivere le mie prigioni di undicenne fino a quando non mi faceva male la mano, fino a quando il callo al medio, stressato e spiaccicato, non implorava pietà e misericordia. Mica era facile andare ogni giorno a scuola sapendo che alla ricreazione anche quella volta avrei trovato il mio zaino a gambe all’aria pieno soltanto dell’odore straziante del mio ennesimo panino col salame rubato da qualche simpaticone! Che vita di merda a 11 anni. Sono cose che ti segnano. Ma tanto ora manco mi piace più il salame, quindi chissene.
  Comunque: devo scrivere sto diario per aiutarlo ad aiutarmi, per aiutarlo ad aiutarci. Per aiutarlo ad aiutare la società e questo MONDO DI MERDA FATTO DI POLITICI DI MERDA CHE PRENDONOSOLO DECISIONI DI MERDA!
  A proposito di politici, la cosa si fa piccante. Il dottore pareva assatanato: ma lei ci va a votare? Quando è andato a votare l’ultima volta? Lo sa che dovrebbe andare a votare?
Non mi sentivo tanto sotto stress dai tempi della santissima prima comunione, quando padre Carlo mi faceva l’interrogatorio per sapere se ero andato a messa oppure no. Madonna che ansia fino all’atto di dolore.
  Ci va a votare? What??? Votache? Votachi? Ma col cazzo che vado a votare, ma io manco so dov’è che si va a votare o se ora è spuntato che ci vuole una patente ad hoc per andare a votare. Cioè, non mi sembrerebbe troppo strano, alla fine ci vuole la licenza per raccogliere funghi, l’autocertificazione per far pisciare il cane, ci vorrà pure una roba che dimostra che sei un cittadino adatto al voto! Vabè.    Che poi io alla fine potrei pure prenderla sta patente del bravo votatore, ma poi penso ma perché?      Piuttosto mi faccio un bel corso da sommelier, oppure divento webmaster, ché pare una strada che spunta tra l’altro, e magari mi trovo col culo schiaffato in Parlamento.

  Ma certo che non voto! Anzi, dirò di più, io non voto proprio per questo! Ma per quale motivo io dovrei prendermi la briga di andare lì nel posto dove vanno i votatori a mettere la mia brava x patentata su uno che magari alla fine si capisce che patentato non è? Ma scherziamo? Ma perché dovrei scomodarmi per farmi rappresentare da certa gente che se restava a fare il suo vecchio mestiere – o a non fare una beneamata ceppa – faceva un enorme fottutissimo favore a tutti quanti? Non fanno altro che spostare il culo da un talkshow all’altro, da una diretta Instagram all’altra, per pontificare di cose che non conoscono e probabilmente nemmeno capiscono. Io non parlo di cose che non conosco – stima per Nanni Moretti! – e mi sta incommensurabilmente sulle palle chi parla di cose che non conosce! Sono stanco, mi sono rotto.
  Mi sono rotto di sti rappresentanti del popolo e di tutti sti influencer che parlano per dare aria alla bocca, che obbediscono all’obbligo di sparare a raffica la propria opinione su ogni argomento che si agita all’orizzonte. Non è che più ne parlate più diventate esperti, oh! Ma che razza di schifezza è?
  Ma non è meglio stare zitti? 

  Poi mi dicono che il problema è che noi col PPSD siamo troppo silenziosi! Post Pandemic Silence, ha detto il dottore. Ma che oscenità immonda, vè? Invece tutto sto casino, tutto sto straparlare a caso da parte di opinionisti a caso va bene, no? No, in effetti è strano se voglio un virologo che mi parla di virus, un economista che mi parla di economia e – di nuovo bravo Nanni! – un epigrafista che mi spiega l’epigrafia greca! Mamma che scandalo, dottore, se vorrei che mi parlasse lei della mia malattia senza riferirmi di continuo cosa ne pensano quelli là! Le parole sono importanti – stand up per Nanni Moretti! – e allora perché sprecarle così? E perché sprecare il tempo ad ascoltarle? Forse veramente dovremmo iniziare a farle pagare, dieci venti trenta euro a stronzata e poi vediamo che succede!
  Ma poi mi piace che quelli là c’hanno pure il coraggio di parlare di lavoro, di eroi del lavoro, di trincee, di un mondo che doveva ripartire, che sta già ripartendo e che alla fine andrà più veloce di prima! Riparte la giostra, non vedevamo l’ora! E loro tutti lì a incoraggiare e a fare facce serie serie, a comprendere, a capire, come se avessero sgobbato loro personalmente per farlo andare così veloce sto mondo di merda e come se fossero loro gli eroi stacanovisti di sto cazzo. Cioè, ma se devo votare sta gente a sto punto voto mio zio Totò che fatica da quando aveva 16 anni, ha ben chiaro cosa significa spaccarsi la schiena e, come dice sempre lui, sa dare il giusto prezzo alle cose. Tanto è sempre un prezzo troppo alto, dice lui. Mah.
  Questa storia del lavoro poi è una roba che mi strazia da dentro, un pensiero che a un certo punto mi sveglia come un crampo nella notte, che mi tortura come la sabbia nelle mutande, che mi disturba e mi mette ansia come il nostro presidente del consiglio che annuncia l’uscita del nuovo decreto nel momento clou della mia serie preferita.
  Una volta mentre scivolavo passivamente su Facebook, la mia home, tra le sue mille fesserie, mi ha regalato una bella perla sotto forma di domanda: lavorare per vivere o vivere per lavorare? So che la domanda sembra banale però a me allora mi ha smosso qualcosa, mi ha fatto venire un solletichino dietro l’orecchio, mi ha fatto pensare a tutte le giornate che ho passato a spedire in tutti i luoghi e in tutti i laghi dell’etere il mio cv bello infiocchettato e pronto a candidarsi per i più impensabili lavori.
  Ore e ore e ore passate davanti al mio pc implorando la fortuna e divinità casuali, tanto per me sono tutte uguali.
  Risposte, pochissime. Autostima presa a frustate senza pietà.

  Quella domanda invece mi ha fatto rivalutare le cose, mi ha fatto avere pietà di me e di tutti noi che non facciamo altro che cercare lavoro, lavorare, saltare da un lavoro all’altro e alimentare questa giostra pazza con la benzina della nostra vita e che non puntiamo ad altro e non vogliamo altro finché la morte non ci accoppa. Continua a girare, sempre più veloce però! E chi se ne fotte del resto. Vivere per lavorare. Vivere per consumare. Per consumarsi e poi crepare.
  Era un articolo di uno studioso che era abbastanza anonimo fino al giorno prima, poi è stato intervistato da tutte le emittenti e sparato su tutti i social a ripetizione e per un po’ è andato un sacco di moda. Poi hanno iniziato a criticarlo ed è sparito nello sconfinato nulla delle cose dimenticate dall’Internet, come tutto il resto.

  Però a me m’ha segnato. A quanto pare non solo a me. Il dottore ha detto che molti giovani di oggi, quelli dell’epoca postpandemica, mostrano serie difficoltà a inserirsi nella schiavitù – nel mondo, sorry for my lapsus – del lavoro. Mmm... Superweird anche questo, dottore! Dice che ci salverà la proteina? Che ci darà una bella bottarella per farci tornare a pensare di fare un lavoro utile e significativo per questo pianeta malato?
  Così torneranno tutti a lavorare tutto il santo giorno, a convivere praticamente con degli estranei con cui condividono qualche pasto e qualche festa, a far finta di avere una vita stupendissima da postare in tutte le sue sfaccettature meravigliose per mostrarle ad altri estranei dall’altra parte dello schermo.

  Che poi per fortuna che almeno ora sta passando sta fissa dei social, Cristo! Ma basta, pietà, misericordia, per favore! Forse piano piano lo stanno capendo anche i più lenti che non interessano più a nessuno i fatti vostri, che ce ne possiamo allegramente fregare di cosa mangiate, di cosa bevete, delle vostre relazioni complicate e soprattutto delle vostre fottutissime insopportabili opinioni.    Un regno infernale sono questi social, e poi si chiedono come mai sono in crisi! Oh poveri noi, oh povero mondo, come faremo senza questo palcoscenico sovraffollato e democraticamente aperto a ogni genere di minchiata! Ma Dio ce ne scansi e liberi finalmente, come diceva mia nonna!
  Invece pare pure questa una cosa grave, allarmante. Il dottore dice che pure sta cosa qua, che i social non vanno più di moda, a quelli gli è sembrata strana. Trend pericolosamente vertiginosamente irrimediabilmente in calo, ha detto. Dice che hanno raccolto dati allarmanti: nel 2020 i download dell’app di Facebook superavano i 5 miliardi sui dispositivi Android, Whatsapp aveva unito il mondo a forza di emoticon, foto e infiniti messaggi vocali, permettendogli di abbracciarsi da un polo all’altro, dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno. Oggi l’uso dei social si è ridotto vertiginosamente. Il dottore ha detto che dal mio diario – madonna, ma glielo devo veramente fare leggere sto schifo? – deve emergere il mio personale rapporto coi social perché i CDA più importanti del mondo vogliono conoscerlo. A loro interessa cosa penso io – anzi, cosa pensa il cittadino medio con PPSD, ha detto il dottore – dei social. Ma pensa che razza di cose! Ma chi me lo doveva dire che Zuckerberg e la sua cricca si sarebbero ridotti a pendere dalle mie labbra? Mi sento potente, lo ammetto. E un pochino mi piace, ammetto pure questo.
  Comunque, se proprio volete cavarmi fuori la mia opinione, io non ci vedo nulla di strano.
  Onestamente sono stanco di sta grande vetrina in cui si mostra un sacco di roba finta. Io stesso mi sono trovato a fotografare il cibo che avevo cucinato con tanto entusiasmo e poi quando si trattava di mangiarlo, che è quello che di solito si fa col cibo, mi sono accorto che aveva un sapore finto e che non ne avevo voglia.
  Una volta mi è pure capitato di fare una gita strafiga con degli amici in quel di Venezia e siccome avevo chiesto di non essere sparato su Facebok è finita che nessuno ha voluto fare una foto con me e che quindi non ero presente in nessuna foto del loro album “Tutti a Veneziaaaa”. Morale della favola: nessuno si ricorda che quel giorno a Venezia a fare la gita strafiga c’ero pure io. Anzi, dicono che mi sbaglio e che sono il solito svampito di sempre.
  Ma è normale sta roba? A me mi fa impressione, mi pare una sorta di magico potere oscuro di sti social che riescono tipo dissennatori a risucchiarci la vita vera, le persone, le giornate, il tempo. Io mi vergogno se penso a tutto il tempo che ho passato a farmi i cazzi altrui sui social, soprattutto quando cominciarono i giorni del decreto stai a casa e fai il bravo... Che poi secondo me sti social c’hanno veramente un qualche magico potere oscuro e funzionano tipo quel malefico pianeta dell’acqua di Interstellar in cui i due tizi astronauti credono di passare una manciata di minuti e invece si sono bruciati interi anni: ti siedi sul cesso con Facebook dopo pranzo e ti rialzi che ti sei fatto vecchio.

  Questo penso, dottore! Le piace? Che poi me la prendo con lui ma io l’ho capito che a lui non va manco troppo di analizzarmi e che lo fa perché quelli là rompono e urlano ai quattro venti che ora il mondo va a rotoli per il PPSD.
  Madonna quanto ho blaterato, mi deve scusare sto povero dottore. Mah, non so più cosa sto scrivendo sinceramente, mi pare di aver messo una parola appresso all’altra picchiando come un pazzo scatenato sulla tastiera del computer... Almeno quando ero piccolo mi faceva male la mano a una certa, qui invece potrei continuare come se non ci fosse un domani e il mio pc non batterebbe ciglio, dannate macchine senz’anima. Mah. Mi sento perso, non so più che scrivere, non so più dove volevo andare a parare. In realtà – onesto – non è che lo sapessi. Dovevo parlare di una malattia e invece ho parlato solo di me.
  Dovevo raccontare con questo diario sta specie di sindrome, questa malattia degli stressati dal Corona, e invece mi sono perso a straparlare di quanto mi fanno schifo e di quanto mi stressano molte delle cose che ho attorno. Bah. Ma che ne so di come si fa... il dottore poteva essere un po’ più chiaro pure lui però, eh!
  Comunque, io ho parlato di me, e l’unica cosa che so è che non ci ho fatto esattamente una bella figura. Vabè, ai posteri l’ardua sentenza.
Io comunque mi sento a posto, non lo so, ma tutto sto blaterare, sto vomito libero, alla fin fine forse mi ha fatto bene. Mi sento quasi rigenerato, rilassato, riposato. Forse c’aveva ragione il dottore sulla storia dei pezzi dei pazienti che alla fine magicamente psicanaliticamente tornano a posto da soli.
  Sono un pelino confuso, però. Perché in teoria il paziente dopo la terapia guarisce da una qualche sorta di malattia. E io invece mi sento sì con i pezzi tutti a posto, ma mi sento preciso preciso come prima. Forse il problema vero è che i pezzi alla fine ci tornano al loro posto, ma che a volte per sti pezzi manca un buon piano d’appoggio.
  Mi pare di aver capito.
  Forse sta pandemia è durata troppo poco e non ci ha dato il tempo per costruirlo come si deve sto piano...
  Ma che vadano a farsi fottere!

  E poi fuori sono pure tornati a cantare gli uccellini, guardali come sono contenti loro ora che siamo diventati tutti un po’ più bravi.
  Ma io sto diario sai che faccio? Io lo cancello. Un colpo e via, magari dopo averlo riletto ed essermi fatto due risate. E al dottore mando una bella mail simpatica da girare agli amici suoi, semplice semplice e diretta: lo sapete chi vi saluta tantissimo?








Diario PPSD_CoVid91



//ORIGINAL VERSION IN ITALIAN//
By Eleonora Cangemi





January 10, 2022

  Ok, let’s get it started. Jesus, this is big stuff. I’m inhibited by big stuff. And that is important, official stuff. But I just don’t understand what all this has to do with me. He says I have symptoms, he says they’ve been watching me. A whole team has been watching me, this shit is crazy. They’ve selected me.
  Me. Costantino Vidosi, born in 1991. Patient Zero. What an honor! Patient Zero. Patient Zero sound pretty cool indeed! I might end up on TV or in history books. Like this guy here, Mattia.
  Hey, wait, let’s slow down, we’re getting off topic. Still he’s the one who told me to freewheel and write down everything I thought. Without any filters or worries! Don’t inhibit yourself, don’t think too much. We want instinct, passionate and spontaneous release. Unloose. Okay. No filters. Think of that guy with the sweatshirt who vomits on social media. He doesn’t think about it. Free vomit. Free vomit for a better world. Free vomit to run faster... To run faster tomorrow... wait, what did he say that night on TV? Alright, let’s go ahead and see what happens. Who gives a shit? After all, it was the docto himself who told me to. He gave me an official super-certified authorization.
  Okay, here I go. Listen up, Patient Zero is speaking! Describe how you feel, what you think, what you dream. Above all, what you dream. What makes you angry, annoyed, laugh, bored? Black on white.
  And no filters, no filters for real, unlike those hashtags on knockoff sunsets or on those cheeks looking like baby butts. Okay, let’s stay focused and tuned.
  He says that I have this thing, this disorder that has developed significantly and that you can refer to it with an acronym, one of those impossible to remember. I’ve always had problems with acronyms and passwords! What was it? PTO? PVC? POW? Well, he says that I got this syndrome, and a great deal of it, and I can’t even remember what its name is. Great job, patient zero, and you were even chosen by a great team!
  PPSD, that’s its name! P.P.S.D. I’ve got PPSD, he says. These acronyms have always led me to
confusion, rather than to simplicity. Besides, this sounds bad, I dare say. Anyway, I have this thing and I got chosen.
  But I’m not the only one! The doctor said it several times quite clearly. Maybe he wanted to reassure me. Maybe he saw me blanch after the diagnosis; I actually felt like that time I took the subway in the midst of all those rushing and sweaty people, touching and dirtying everything with their sticky hands.
  I was even used to riding the subway, but now that it’s over, I even dream of those dark narrow tunnels in which sweaty and sticky mice stir. The times I got back there I was almost about to drop dead.
  I must have had a reaction similar to a subway panic attack; for sure I must have been white. It was a shock in fact, ‘You have got PPSD’. Ooh, someone’s a little stressed out here! I don’t think it takes tha long to figure it out, and then you also say you’re a doctor, you’re supposed to know it!

  It turns out I’m patient zero. The one who’s gonna be useful to science to track down characteristics of a disease many other losers suffer from. I mean, it’s not like you die of PPSD. There are more proper losers, a lot of them have died also. I know how I felt at that evening appointment. We’re not such losers, no, yet we are sick.
  The doctor says they didn’t see it coming. That they would be thrown back into the trenches afte fighting the battle of the century because someone was too worried about the aftermath of this pandemic wasn't in the forecast. This PPSD, whose mechanism is quite incomprehensible, is stopping everything once again. But the doctor says that they are working on it, that they are studying it - also thanks to me, you’re welcome! - he claims that drugs are portentous, that it’s just a matter of finding the right protein that will fix us all.
  Well, I don’t think he’s sure about it either, but I believe him after all. At the end of the day, he is a doctor, and, therefore, belongs to a magical elite of qualified scholars, though many people completely ignore these qualifications, blathering on about everyone being equally qualified and thus able to overcome any obstacle with a prayer to the immaculate heart of Mary.
  He told me that what was really weird about this PPSD was that the scientists didn’t expect that many of us wouldn’t want to go back out there, after the global pandemic’s great slaughter and the whole world’s population being on lockdown.
  Well, truth be told, I don’t really think this is strange. I didn’t mind staying at home after all... I mean, sometimes the world really sucks. Anyway, it looks like this disorder brings no good news. The doctor says that according to some people, we are more dangerous than a new epidemic of super-mutant viruses and that we are “attacking the cornerstones of our modern democratic society.”
  How should I know? It all seems a little over the top to me. I also find their use of the word “attack” which up to this point has been used exclusively to describe members of ISIS, a bit excessive. He says we’re dangerous. Come on! Though I can only speak for myself, I think we're okay. We're quiet people.
  Maybe too quiet really. In fact, maybe not maybe. We are too quiet.
STOP! This is another clear and unequivocal symptom of PPSD, said the doctor. Few words, very few, as if each of them were worth the price of a March 2020 Purell bottle! But the doctor also said that he knew very well that I am one of those too quiet people: he summoned me without any hope to get the magic recipe of that super extra-powerful protein from me. “You don’t like the shrink bed”, he said, “we got it”. He says he no longer has the magic formula to open my brain and he added that he’d do an experiment with me. He said “I’ll be your Dr. S” and he laughed, winking at me. Honestly this seemed really strange to me. I didn’t understand. “Anyway, our therapy is a word therapy that has believed for centuries in the deconstructive and reconstructive power of the narrative”, he said. “Words words

words, all you need is words”. He even started to hum. And he continued, “You, forged in the isolatio of Coronavirus, you do not provide any raw materials! Where is it? Where is the oxygen of the psychoanalyst? Where? Where?”.
  He almost cried, and it looked like a tragic drama, from which such a pathos overflowed as even certain fomented conductors, grappling with the holy rosary on TV, wouldn’t be capable of.
  I said that maybe it would be better for him to lie on the magic bed, but he didn’t appreciate it. Instead he continued his rant, “It was all mere talking once, freewheeling”, he said. “Once upon a time and, there you go, you would throw up your very soul. You would get your stomach pumped, then the doctor would make you go back on it, like cats, and voilà, the pieces of the patients’ lives were psychoanalytically put in place”.
It seems that this procedure isn’t working with those like us though, for lack of raw material. My goodness, he was all red and I felt sorry for him. But I didn’t get closer; health first of all! Then he finally calmed down and gave me this homework to save the world, indoors. This is an operation I’m quite good at, in all modesty. In order to save, together with the world, these blessed cornerstones of our modern democratic society, he assigned me the task of writing this sort of diary, where I could spill the speakable and the unspeakable, without any filters. FUCK! Wait, maybe I should apply some filters to show some manners...
  Anyway, this diary thing, I don’t mind it after all. It reminds me of when I was little and my mom had convinced me to tell all my secrets to my diary Luke, which also had a beautiful and seemingly inviolable lock. And until I found out that my mom just wanted to snoop around, I’d literally write down all of my secrets, and I enjoyed it so much that every night I’d sit there and I’d draw up my 11- year-old’s imprisonment memoir until my hand hurt, until my middle finger callus, stressed and splattered, begged for mercy. It was not easy to go to school every day knowing that at playtime I would once again find my backpack upside down, only filled with the harrowing smell of my umpteenth salami sandwich stolen by some funny lad! What a shitty life for an 11-year-old. These things do mark you. But now I don’t even like salami anymore, so whatever.
  Anyway, I have to write this journal to help myself, to help us and to help him help society along with this shitty world, made of shitty politicians who only make shitty decisions!
  Speaking of politicians, it got spicy. The doctor seemed eager. “Do you even go to vote? When was the last time you voted? Do you know you should go and vote?”
  I hadn’t felt so stressed out since the time of my first communion, when Father Carlo called me in to ask whether or not I’d gone to mass. Jesus Christ, what anxiety it was until the act of contrition was over!

  Do I vote? What? Vote for what? Vote for whom? No way! I don’t fucking vote! I don’t even know where you’re supposed to vote or whether you must now have a license to do so. I mean, I don’t think it’d be so strange, as it takes a license to pick mushrooms and self-certifications to take the dog to pee.
  Then it must also take some evidence that you’re a citizen suitable for voting! Alright I might end up getting this good voter’s license, but then I’d wonder why. I’d rather be a good sommelier or maybe a webmaster, as it seems a good way to get your ass in Parliament.
  Of course I don’t vote! In fact, I won’t vote and I’ll tell you why. Why should I go to the trouble to go there where the voters go to put my nice licensed X and vote for somebody who, in the end, might turn out to not be licensed at all? Are we serious? And why should I bother to get represented by some people who, had they stuck to their job - or simply kept to their slackery - would have done a huge fucking favor to everyone? All they do is move their ass from one talkshow to another and from oneInstagram broadcast to another, pontificating about things they don’t know about and probably don’t even understand. I don’t speak of things that I don’t know - thumbs up for Nanni Moretti! - I can’t fucking stand those who speak of things they don’t know. I’m tired, and I am sick of these representatives of the people and of all these influencers who speak to give air to their mouth and obey the sole obligation to shoot their opinion about whatsoever subject. It’s not like the more you talk about it the more you know about it, oh! What kind of crap is that? Wouldn’t it be better to just shut up?
  Then we are told that the problem is that those with PPSD are too quiet! Post Pandemic Silence, said the doctor. What a filthy obscenity, isn’t it? Instead, all of this mess, all of these random opinions provided by random people? We are ok with it, aren’t we? Would it be weird if I expected a virologis to talk about viruses, an economist to talk about economics and an epigrapher to explain the Greek epigraphy? Once again, bravo Nanni Moretti! Mamma mia, what a scandal, doctor! How I’d like you to tell me everything about my illness without constantly referring to what those people think! The words are important! Stand up for Nanni Moretti! Why is everyone wasting words so? And why are those people being listened to? Maybe we should really start charging their bullshit ten, twenty or thirty euros each, and then we’d see what would happen!
 It’s amazing that they have the shamelessness to talk about work, about the heroes, about the trenches, about a world that was bound to start again and is starting again, and in the end will go faster than before! We couldn’t wait for the ride to start again. And they’re all there to encourage and to make serious faces, to understand, to acknowledge, as if they had personally made the effort to make this shitty world spin faster, as if they were the workaholic fucking heroes. I mean, if I’m supposed to vote for these people, I’d rather vote for my uncle Totò, who’s had a hard time since he was 16. He’s got a pretty good idea of what it’s like to slog and, as he always says, he can put a price on things. It’s always. 
too high a price, he says. Well. This business thing is a thing that’s been tearing me apart from the inside, a thought which wakes me up like a cramp in the night, tortures me like sand in my underpants, disturbs me and makes me anxious as much as our prime minister announcing the release of the new decree at the very highlight of my favorite film series.
  Once, while I was passively slipping on Facebook, my home page, among its huge nonsense, gave me a beautiful pearl in the form of a question: work to live or live to work? I know the question seems trivial but it moved something inside me, it made my ear ticklish and made me think of all the days I spent sending my beautifully embellished CV far and wide, ready to apply for the most unthinkable jobs.
  Hours and hours and hours I spent in front of my computer, begging random gods for luck, since for me they are all the same. Answers, very few. Self-worth, whipped without mercy.
  That question made me reconsider many things. It made me take pity on me and on all of those who do nothing but look for work, find one, jump from one job to another and fuel this crazy ride with the gasoline of our lives. And I thought that we aim at nothing else and want nothing else but it, until our dying day. It keeps spinning faster and faster though! And who gives a shit about all the rest. Live to work. Live to consume. To consume and then to die.
  It was an article by a scholar that was pretty anonymous until the day before, then he was interviewed by all the broadcasters and was displayed on all the social media, on repeat, and for a while it was a trend. Then they started to criticize it and it disappeared into the boundless nothingness of the things forgotten by the Internet, like everything else.
  But it marked me. Apparently not only me. The doctor said that many young people today, those of the post pandemic era, show serious difficulties to fit into the slavery... I mean, the world of work - sorry for my lapsus. Mmm... Super-weird too, doctor! Do you say the protein will save us? That it’s gonna give us a good bang to get us back to thinking about doing useful and meaningful work for this sick planet?
  So we can all go back to work all the livelong day, basically to live with strangers whom we share some meals and some festivities with, and pretend to have such wonderful lives as to post them on Facebook, with all its wonderful facets, and show them to other strangers on the other side of the screen?
  Jesus, this obsession for social media is slowly running out, thank God! That’s enough! Mercy, mercy, please! Maybe, little by little, even the slowest ones are slowly realizing that nobody cares about your business anymore, that we don’t give a shit what you eat, what you drink, how complicated your relationships are and especially that you can retain your umbearable fucking opinion for yourselves. A hellish realm, that’s what social media are, and they wonder why they are facing a crisis! Oh poor u 
oh poor world, how will we do without this overcrowded and democratically open stage for all kinds of bullshit? May God finally get rid of it, as my grandmother used to say.
  This also seems to be a serious, alarming matter. The doctor says that they find it quite strange that social media are no longer in fashion. “It is a dangerously and hopelessly dizzying falling trend”, he says. He says they’ve collected alarming data: in 2020 the downloads of the Facebook app were more than 5 billion on Android devices, and Whatsapp combined the world by force of emoticons, photos and endless voice messages, allowing people to connect from one pole to the other. Today the use of social media has shrunk dramatically. The doctor said that according to my diary - oh my God, do I really have to make him read this crap? Oh my God - my personal relationship with social media has to emerge, because the world’s most important boards of directors want to know of it. They care what I think. In fact they care what the average citizen with PPSD thinks about social media, said the doctor.
  Unbelievable! Who on earth was to tell me that Zuckerberg and his clique would be forced to hang on every word I say? I feel powerful, I admit. And I like it a little bit, I admit to that too. Anyway, if you really want to get my opinion, I don’t think there’s anything wrong about it. Honestly, I’m tired of this big display case where you show a lot of fake stuff. I found myself photographing the food that I had cooked and I was so excited, but then, when it came to eating it, which is what you usually do with food, I realized that it had a fake flavour and I didn’t feel like it anymore. Once I even happened to take a cool trip with some friends to Venice and since I had asked them not to slap me on Facebok, it ended up that no one wanted to take a picture with me and that therefore I was not present in any photo of their album “Everybody in Venice!!!”. The moral of the story is no one remembers that I was in Venice that day. In fact, they say that I’m wrong and that I’m always away with the fairies.
  Is this normal? It’s impressing of course, it seems like social media have kind of a magical dark power which allows them, just like dementors, to suck on real life, on real people, on days and time. I feel ashamed if I think about all the time I spent minding other people’s fucking business on social media, especially when the days of the decree began: “Stay home and stay put”. In my opinion, social media really have some kind of dark magical power and they work like that evil Interstellar water planet where the two astronauts think they’re spending a handful of minutes, whereas they’ve burned out whole years: you sit on the toilet with Facebook after lunch, and when you stand up you’ve grown old.
  That’s what I think, Doctor! Do you like it? I take it out on him but I realized that he doesn’t care too much about analyzing me. He’s doing it just because they’re annoying him, screaming that now the world’s going to hell because of the PPSD.
  Damn it. I’m sorry, poor doctor. Well, I don’t really know what I’m writing anymore. It seems like I have put a word after another, tapping like a crazy freak on the computer keyboard. At least when I was a
teen my hand would start hurting, whereas now I could continue as if there was no tomorrow and my computer would not blink. Damn soulless machines! Bah. I feel lost, I don’t know what to write about, and I don’t know where I wanted to end up. In fact, honestly, I didn’t. I was supposed to talk about a disease and instead I just talked about myself. I had to write this diary about this kind of syndrome, about these Crown-pestered sick ones, and instead I got caught up in talking about how much I am disgusted and stressed out because of the things around me.
  Well. But I don’t know how to do it. The doctor could have been a little more specific! Anyway, I talked about myself, and the only thing I know is that I didn’t exactly make a good impression on it.
  Well, I’ll pass the judgement onto the future.
  I still feel okay. I’m not a hundred percent sure, but everything I’m babbling about, I’m throwing it up freely. In the end maybe it was good for me. I feel almost regenerated, relaxed, rested. Maybe the doctor was right about the thing of the patients’s pieces, which eventually, magically,
psychoanalytically return to their own place.
  I’m a little confused, though. Because theoretically the patient heals from some sort of disease after his therapy is over. And I feel all right with all of my pieces in place, but I feel exactly as before. Perhaps the real problem is that, even if the pieces might eventually go back to their place, sometimes they lack a good structure for support.
  I think I got it.
  Maybe this pandemic lasted too short and it didn’t give us enough time to build up a proper plan... Fuck it!
  Outside the birds went back to sing! Look at them, how happy they are now that we’ve all become a bit better.
  Let me tell you what I’ll do. I’ll delete this diary. Just one shot. But maybe I’ll read it first, and I’ll laugh at it. And to the doctor I’ll send a nice email, for him to share with his friends, with simple and direct words: do you know who says hello to you?