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I corpi illegittimi che fanno paura


UNA DIETA DETOX POST-PANDEMICA


di Grazia Tumminia
//VERSIONE ORIGINALE IN ITALIANO//



Ho perso volontariamente il conto dei giorni passati in casa. Sento spesso la mia famiglia, i miei amici, passo il tempo con il mio compagno, a volte esco e faccio delle passeggiate “illegali” con una mia cara amica, camminando lontane qualche metro non per paura del contagio ma per evitare di attirare l’attenzione di occhi indiscreti e giudicanti che spiano fuori dalle finestre, gli stessi che poi si mostrano per guardarci male e per comunicarci, anche solo con uno sguardo, la nostra irresponsabilità. Mi sono liberata dagli impegni, fatta eccezione per le 8 ore giornaliere di lavoro, ho messo da parte il senso di colpa quando passo la giornata sul divano, ho ripreso a ricamare ma senza troppo successo. Non avendo un balcone trascorro molto tempo affacciata alla finestra e capita spesso di ritrovarmi nel luogo più affollato e cattivo del momento: i social network. È bizzarro e triste allo stesso tempo osservare come i contenuti prodotti siano pressappoco simili, e tolte tutte le riflessioni sul periodo che stiamo vivendo, noto che molti utenti, inconsapevolmente e non, abbiano paura di ingrassare o di poter esser giudicati negativamente per aver preso qualche kg. Osservando i diversi post si potrebbero suddividere così gli autori di questi contenuti: quelli che pubblicano foto di piatti invitanti, facendo implicito sfoggio delle capacità culinarie con tutta la community, ma che si appellano a non so chi, forse a qualche Dio della magrezza, per esser salvati da un inesorabile destino di “ciccioni”; quelli che pubblicano video ricette di dolci o primi piatti light con didascalie come “è bene coccolarsi, ma anche pensare alla salute!”; capitolo a parte per gli ex frequentatori di palestre che ad oggi, sono quelli che regalano gli slogan più severi, ma anche meno originali e noiosi della storia della creatività, e che sotto il vessillo del “chi si ferma è perduto”, sfornano video e foto di intere sessioni di attività sportive in casa. Per non parlare di quando l’algoritmo di Instagram impazzisce a causa di una tua timida ricerca e tutti i gattini, le foche, le piante e gli anelli scompaiono per lasciar spazio a donne muscolose e bellissime che eseguono perfettamente delle difficilissime posizioni yoga senza apparente difficoltà. O ancora peggio, accade che lo stesso subdolo algoritmo faccia comparire fotografie di donne prima e dopo una dieta dimagrante: a sinistra grasse con l’espressione triste, a destra magre e sorridenti. Mi sembra di assistere, in modo molto più esplicito del solito, a una guerra contro il corpo grasso o sovrappeso, in cui la comunità in cui vivo lo teme. A qualcuno questa affermazione sembrerà esagerata, ma invito gli stessi a rispondere con sincerità a queste domande: 
1. Durante la quarantena avete messo un “mi piace” o avete riso a una delle tante immagini che girano raffiguranti una persona grassa con la didascalia “noi dopo la quarantena”? 2. Rivolgendovi ai vostri amici o familiari, avete detto che stavate mangiando come dei ciccioni? 3. Avete iniziato a seguire una dieta e uno “stile di vita sano” affermando di aver paura di ingrassare e di non voler diventare dei “grassoni” 4. Guardando le dirette di noti influencer che per l’occasione si sono improvvisati personal trainer casalinghi, o vedendo i vostri amici e/o conoscenti allenarsi, al contrario di voi che non avete trovato né forza né voglia, avete provato un profondo senso di colpa e inadeguatezza? Avete pensato che il vostro atteggiamento fosse irresponsabile e privo di ambizione? Avete desiderato di poter avere quel corpo magro e muscoloso anche voi? Sono certa che almeno una tra queste possibilità si sia verificata e tutto questo ha un nome che è grassofobia.

Da anni la cultura dominante ci impone come modelli da ammirare ed emulare corpi magri e in salute, sotto indicazione della medicina che ha identificato nell’obesità un problema di salute pubblica, istituendo una sua norma di “peso ideale” e quindi di corpo sano, facendo così valere il principio per cui se sei grasso o sovrappeso non sei in salute. Ma non è detto, non vi è alcuna certezza che una persona grassa abbia - per esempio - problemi cardiovascolari o che sia diabetica!

La condanna del corpo grasso è il risultato di una lunga e impietosa evoluzione dei canoni estetici e delle norme culturali che ha inizio nel Medioevo; difatti, se prima la società era divisa in base alla ricchezza e di conseguenza alla facilità con cui ci si poteva nutrire, oggi la vera ricchezza è costituita dalla qualità del cibo e dallo stile di vita “sano” che un individuo può seguire, ma soprattutto dall’autocontrollo che si esercita nell’allontanarsi da tutto ciò che può “far del male” al corpo.

Se dovessimo individuare quando il corpo grasso abbia iniziato ad assumere una connotazione negativa, dovremmo andare indietro di quasi cento anni, più precisamente intorno al 1920, anno in cui l’immagine del corpo grasso inizia ad esser associata all’uomo che non possiede senso del limite, autocontrollo e forza di volontà. Allo stesso tempo, intorno a questa data, la medicina si pronuncia per la prima volta dichiarando l’obesità una patologia da poter curare attraverso delle tecniche di dimagrimento. Dunque, accade così che il peso del corpo coincide con il valore morale dell’individuo: colui che si abbandona ai piaceri della tavola non è considerato un vincente, al contrario è un fallito e un irresponsabile. Un punto di non ritorno che porterà a considerare il peso di un corpo non più come una “differenza fisica” ma come una caratteristica personale che molto ha da dire sul carattere morale di ogni individuo. In questo modo, attraverso la sola osservazione, si potranno distinguere coloro il cui fisico mostra un grande senso di autocontrollo e determinazione, da coloro i cui corpi tradiscono una mancanza intrinseca di autodisciplina e motivazione, cioè l'incapacità di sopprimere gli appetiti viscerali e gli impulsi primari, in altre parole una sottomissione colpevole alla "natura". Citando testualmente il sociologo Pierre Bourdieu, "il rifiuto della Natura o, meglio ancora, dell'abbandono alla natura, è il marchio del dominante”, quando per dominanti indichiamo gli individui che intendono il corpo, esposto all’esame e al giudizio degli altri, come un oggetto di presentazione e non come uno strumento utile alla prestazione. Così, secondo i criteri dominanti, il corpo grasso diventa illegittimo.

Gli stessi che hanno pensato che ciò che è stato affermato poco sopra fosse esagerato, potranno magari ribattere che la società in cui viviamo non sia così cieca per come è stata descritta, e che da qualche tempo a questa parte diversi brand hanno promosso campagne pubblicitarie con modelle oversize e che sempre più spesso si sente parlare di body positivity. Tutto molto vero, ma non è sufficiente a legittimare corpi giudicati come sbagliati, innaturali, o per meglio dire, diversi dai modelli a cui siamo abituati. No, non basta dire che “sei bella anche con quei kg in più” perché così dicendo si pensa che quei kg in più siano un problema, non basta promuovere campagne pubblicitarie con slogan tipo “sei bella anche imperfetta”, “amati”, perché non basta sostenere l’autostima ma è necessario abbattere lo stigma sociale creato, affermando che tutti i corpi abbiano pari diritto e sono uguali.

Temo fortemente che alla fine di questa quarantena il divario tra corpo legittimo-in forma e illegittimo-sovrappeso/grasso, sarà ancora più grande. Allo stesso modo temo che si determinerà una sorta di classifica per cui chi avrà seguito una “dieta bilanciata”, allenandosi quotidianamente, avrà il primo posto, contrariamente chi si sarà goduto il piacere della tavola e la comodità del divano, dovrà espiare la sua colpa. Quando la quarantena finirà, quando finalmente potremo incontrarci, abbracciarci e mostrarci, proviamo a non commentare come e se è cambiato il corpo delle persone che ci stanno intorno, liberiamoci dalla paura di ingrassare o dal “sacrificio” da compiere per arrivare ad una forma fisica accettata. 

Concludo condividendo la dieta che ho scritto e che seguo, anche se a volte faccio qualche “sgarro”, per un “restyling” dell’idea di corpo: 
• eliminare i pregiudizi verso i corpi grassi, per cui l’esteriorità di un individuo costituisce un indice di valutazione della sua interiorità
• diminuire l’auto-osservazione e l’auto-vigilanza
• inserire la contemplazione e l’accettazione degli altri corpi  • abolire la sofferenza per il raggiungimento di uno standard di bellezza imposto • mangiare ciò che si vuole, godendosi i piatti che ci fanno stare bene e che ci rendono felici, senza nessun rimorso
• ben venga l’attività fisica ma che non abbia come fine ultimo il poter rientrare nei vestiti ormai troppo stretti

Note a margine. Quando mi è stato chiesto di partecipare a questo progetto sapevo che proponendomi con un testo che parlasse di body positivity, diet culture e fat acceptance, mi sarei ritrovata a fare i conti con la mia immagine riflessa allo specchio. Non so come mi avete immaginato: grassa, curvy, magrissima, coi peli sotto le ascelle o con una confezione di patatine fritte in una mano e la Nutella nell’altra. Chi mi conosce vede il mio corpo, pochi sanno cosa ne penso. Non vi svelerò se peso 100 o 50 kg, vi basti sapere che sono una donna di trent’anni che vive in questa società, e che nonostante abbia buttato giù più di 1.600 parole sull’eguaglianza di tutti i corpi, le capita di sentirsi sbagliata. Per giorni interi non ho scritto, ho pensato di spendere 80€ per un kit anticellulite perché la mia buccia d’arancia parla di giornate passate al pc, di aperitivi spensierati, di pizze buone e di lunghe ore passate sul divano. Ho guardato con attenzione le mie braccia che non sono toniche come quelle delle mie amiche o come quelle delle donne che vedo nei post su Instagram. Pensavo a quanto sarà bello quando potrò andare al mare e poi ho pensato che qualcuno penserà che mi sarei potuta impegnare un po’ di più per apparire più bella. Ho continuato però a cucinare piatti tipici della mia regione, pieni di grassi, carboidrati e zuccheri. Ed è tornata la voglia di scrivere questo testo, perché mi sono sentita a mio agio, perché ero felice di mangiare quei piatti, di condividerli e non m’importava nulla che mangiandoli avrei contribuito ad aumentare la buccia d’arancia, ma soprattutto non mi sono sentita in dovere nei confronti di nessuno a fare attività fisica dopo. Il cibo, qualunque esso sia, non deve essere il premio che ci dobbiamo auto assegnare per aver fatto qualcosa, il cibo è soltanto cibo, mangiare è un’azione come tante ma che può regalare del piacere. Chi ha deciso che posso permettermi una pizza solo se a pranzo mangio qualcosa di leggero e nel pomeriggio mi “uccido” di addominali? A me la pizza piace e me la mangio e se si andrà a depositare sulle mie cosce, quando le guarderò mi potrò ricordare di quella sera quando insieme al mio compagno, durante la quarantena, mentre tutto intorno a noi era triste, noi eravamo felici di mangiare insieme. Del resto poco m’importa.





Frightening illegitimate bodies
A POST-PANDEMIC DIET



by Grazia Tumminia
//ORIGINAL VERSION IN ITALIAN//



I’ve willingly lost the count of the days I’ve spent at home. I call friends and family very often, I share my days with my partner, sometimes I go out for some “illegal” walks in the company of a dear friend. We walk keeping a distance, not for fear of contamination, but to avoid indiscreet eyes. Hiding and spying on us,  judging us from their windows, giving us these bad looks and  deceitful expressions just to let us know how irresponsible we are. I’ve cleared my agenda from all my commitments, except for the 8 hours of  mandatory daily work. I’ve decided not to feel guilty if I spend the day on the sofa; I’ve even  gone back to embroidering, without success, really, none, but I still try. Since I don’t have a balcony I spend lots of time near the window, it is here that I found myself in the most crowded and bitching place of our time: the social networks. It’s bizarre yet sad to notice how the content of my Instagram is made of images of the same typology, and a part from the thousands of reflective posts related to the moment we are living in, I notice how many users, unconsciously (or not), seem to be afraid of the possibility to gaining weight or eventually being judged negatively for it. The authors of these posts are divided between: those who publish pictures of tasty tempting dishes, discreetly showing off their cooking skills to the entire community, praying nonetheless for some kind of god of fitness to save them from an inevitable destiny that would classify them as fat; Then there are those who post video-recipes of desserts or light main courses described with captions like “Spoiling myself, but only with healthy meals!”; Finally, there are those that are former gym regulars. It is from them that the most severe (also most boring) claims come from “He who hesitates is lost!” They write while posting videos and pictures of themselves being active with the same level of passion they once had. Worst of all is that moment when, after being tempted by a clickbait, the Instagram algorithm loses it. Instead of the usual kittens, seals, plants and vodoo rings, the only thing that appear are beautiful-super-fit women performing deadly yoga figures with the utmost fragility, flailing like soap bubbles about to fly off. Even worse, is when the same devious algorithm ambushes you with before and after pictures of women that have followed god knows what diet: fat and sad on the left, slim and happy on the right. This whole social media issue simply makes me feel like I've become an advocate to this war my community has proclaimed against “fat or overweight” people. Fat and overweight. This statement may be more explicit than usual, perhaps an exaggeration but I invite you to answer the following.
1. During the quarantine, have you liked any posts or laughed at one of the many memes showing random fat people with the caption “Us after the quarantine”?
2. Talking with your friends and family, did you happen to tell them you were eating like a pig?
3. Have you started a diet or a “healthy lifestyle” from fear of becoming fat?
4. 
Did you feel guilty, inadequate, irresponsible, unambitious watching influencers, friends or random people becoming self-proclaimed personal trainers, while you couldn’t find the strength nor the passion to move a finger? Did you wish you could have their same thin and powerful body?
I’m sure you’ve worried about at least one of these things; this phenomenon has a name and it is fatphobia.

For a while now, dominant culture has imposed on us ideal role models we can all admire and emulate with slim and healthy bodies. To add, this trend has been sustained by the (supposedly)  respected role of modern medicine, who has identified obesity as a problem to public health. They have defined the concept of “ideal weight”, and have consolidated the principle by which if you are fat or overweight your health is at risk. This cannot be the rule, in fact, there is no certainty in the fact that a fat person will inevitably develop cardiovascular problems or diabetes!

Body shaming is the result of a long-lasting, ruthless evolution of aesthetic standards, a cultural norm that became popular during the Middle Ages. In fact, if society once measure wealth by  a family’s ability to feed its members today true wealth is expressed through the quality of the food eaten, the pursued life-style, and most of all by the self-control one is able to exercise in avoiding all those behaviours or habits that can be harmful to the body. If we want to identify the first time a fat body was charged with a negative connotation, we should go a hundred years back in time, more precisely around 1920 when being fat became the equivalent  of a person with no willpower or restraints, unable of self-control. Around the same time, medicine first declared obesity a pathology curable of  by weight loss . It is then that body weight began to represent a person’s moral behaviour: he/she who abandons his/her senses to the pleasures of food is not considered a winner any more, on the contrary they are then seen as irresponsible or even, as failures.  This was a point of no return that pushed our society into considering weight to be no longer  a “physical characteristic”, but as a trait that defines a person’s being. This allowed the first look, perhaps a superficial glance, to separate those whose bodies represent them as “ determined individuals” and those who’ve  been betrayed by their appearance ,“clearly” portrayed as undisciplined and lacking in motivation, unable to suppress visceral appetites and primary impulses. In other words guilty of surrendering to “nature”. Quoting the sociologist Pierre Bourdieu, “To deny Nature, or more precisely, to deny the act of surrendering to nature, is the distinctive trait of the dominant men”, dominance is defined as the will and ability of exposing the body to the judgement of others as an object to present and not as a useful tool for a performance. So, according to the social  dominant mindset, a fat body becomes illegitimate. Those who believe that the statement above is an exaggeration, would probably reply that our society is not as blind as it has been described, and that, for some time now, many brands are promoting advertising campaigns picturing oversize models and that we often hear of body positivity. It’s very true, but not enough to legitimize bodies judged as problematic, unnatural,  and more precisely, different from the models we are used to responding to. No, it’s not enough to say that “you are beautiful even with some extra pounds”, this is just to classify overweight as a problem, “Imperfections are beautiful”, “Love yourself”, “love your curves”. Such advertising campaigns are not enough, simply supporting the  self-esteem is not enough, what is necessary is to destroy the social stigma and affirming that all bodies have the same rights and are equal.

I fear that at the end of this quarantine the discrepancy between a legitimate-fit body and an illegitimate-overweight body will grow. Similarly, I fear people will be classified: honour to those who followed a “balanced diet” and worked out every day! Disgrace and expiation for  the sins of those who enjoyed the pleasure of eating and the softness of their sofas! When this quarantine will end, when we will finally be allowed to meet, hug, show ourselves, lets try not to comment on how our bodies and the bodies of those around us have changed, let’s be free from the fear of gaining weight, let’s free ourselves from the “sacrifice” we endure to get  ourselves to  a socially accepted shape.

I want to close this reflection, sharing a diet I wrote and that I’m currently following (with some transgression) to “reshape” the idea of human body:
• Defeat prejudice toward overweight bodies. Physical appearance doesn’t reflect the value of a person!
• Less self-criticism and self-vigilance.
• Contemplate and accept the diversity of bodies.
• Do not suffer in trying to reflect an imposed beauty standard.
• Eat what you like, enjoying eating dishes that make you feel satisfied and happy, without regrets.
• Welcome all kind of physical activity as long as is not exclusively meant for you to fit in your old clothes again.


Marginal notes. When I was asked to take part in this project I knew that talking of body positivity, diet culture and fat acceptance, meant dealing with my reflection in the mirror. I don’t know how you have imagined me: fat, curvy, super slim, with armpit hair, with fries in one hand and a Nutella jar in the other. Those who know me have seen my body, few know what I really think of it. I won’t tell you if I weigh 50 or 100 kg, it’s enough for you to know that I’m a 30 years old woman who lives in this society, and despite my 1600 words on body equality, sometimes I feel wrong. For entire days I didn’t feel like writing, and instead I’ve negotiated the possibility of buying an €80 anti-cellulite kit because my orange peel coloured skin is a testament of the months I’ve spent working in front of a screen,  a representation of cheerful apéritifs, of really good pizza and long hours spent on the sofa. I’ve observed my arms that are not toned like those of my friends and of the women I see on Instagram. I thought of how reinvigorating it will be to go back to the seaside and I reflected on how many people will think that I could have been more persistent in trying to improve my shape and my looks. Nonetheless, I kept cooking typical food of my region, full of fat, carbs and sugar. And the will to write this text naturally came back, when I felt at ease with myself again, because eating and sharing  that food made me happy, and I didn’t care if it had contributed to my orange peel skin, most of all I didn’t feel obliged to work out after. Food, of all kinds, should not be considered a reward, food is just food, eating is a necessary action that also gives us pleasure. Who decided that I can only eat a pizza if I starve myself for lunch and I kill myself for abs in the afternoon? I love pizza, and I’ll eat it, and if it will end up on  in my thighs, when I’ll look at them I’ll remember that moment when, with my partner, during the quarantine, while everything around us was sad, we were happy eating together. The rest doesn’t really matter.